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Sanità

Una nuova prospettiva per le Rsa: le cure intermedie

 

E' tornata di attualità la discussione su come si possa migliorare il sistema di integrazione degli interventi domiciliari, delle dimissioni dagli ospedali, della riabilitazione, della residenzialità in strutture protette.

Tutto nell'ottica di una attenzione particolare alle persone anziane e fragili, non sempre in grado di essere autosufficienti.

Regione Lombardia, anche per le pressioni del sindacato, ha convenuto recentemente, rivedendo i suoi precedenti orientamenti, sulla necessità di trovare delle strutture intermedie, tra ospedali, RSA e territorio, dedicate alla cosiddetta continuità assistenziale.

Questa idea è stata, peraltro, ribadita e sancita nell'accordo sottoscritto in Regione il 3 ottobre scorso con le organizzazioni sindacali dei pensionati e confederali sul tema della non autosufficienza.

A Bergamo l'argomento era già stato affrontato in occasione della discussione sul nuovo ospedale, sulla rete ospedaliera, sul progetto (questo è arrivato un po' dopo) per il nuovo Gleno, sulla rete di strutture residenziali e semiresidenziali per gli anziani e sulle possibili "cerniere" nel territorio.

CGIL CISL e UIL avevano avanzato proposte concrete che si sono tradotte poi in efficaci sperimentazioni, a partire dalla convenzione per le dimissioni protette stipulata tra Comune, Casa di Riposo ed Ospedali Riuniti di Bergamo.

Oggi questo tema viene assunto a livello più generale con l'introduzione di una interessante novità.

Infatti sembra affacciarsi l'ipotesi di strutture che abbiano costi - e, quindi, remunerazione - più bassi di quelli un ospedale, ma significativamente più alti di quelli di una casa di riposo, a carico del servizio sanitario pubblico.

Pensare, però, a nuove strutture probabilmente vanificherebbe dal punto di vista della sostenibilità economica l'idea di realizzare questa rete intermedia.

Si potrebbe invece immaginare di individuare posti letto dedicati a questa funzione negli ospedali in via di riconversione e, distribuiti in numeri ridotti, in altre strutture socio assistenziali già operanti ed organizzate presenti a Bergamo.

Mi riferisco alle RSA, non tutte magari, che diversificando in questa direzione la loro offerta, in volumi percentualmente compatibili con la loro attività prioritaria, di assistenza qualificata ma senza eccessi di sanitarizzazione agli anziani non autosufficienti, potrebbero cogliere un occasione di sviluppo.

Occasione, interessante dal punto di vista economico, che consentirebbe alle RSA un maggiore radicamento nel sistema a rete dei servizi.

Le strutture, come detto, sono già organizzate e dovrebbero, chi lo volesse naturalmente, adeguare alcuni standard per pochi posti letto, senza sottrarne, ovviamente, alla attuale dotazione.

I posti di sollievo, che non sono esattamente questa cosa, sono un buon esempio di come si possano gestire in forma integrata percorsi di assistenza in situazioni di grande fragilità garantendo diverse fasi del bisogno.

E' stato chiesto in passato alle RSA di candidarsi a gestire l'assistenza domiciliare, giustamente, ma i finanziamenti non hanno consentito a queste realtà di fare grandi operazioni.

Questo versante invece, quello cioè di una assistenza residenziale, in pochi e limitati numeri dislocati in varie parti del territorio, finalizzata a far tornare a casa una persona anziana in condizioni di autosufficienza, dopo un ricovero ospedaliero o a seguito di un evento patologico che ne abbia compromesso momentaneamente l'autonomia, potrebbe essere decisamente più praticabile.

Gianni Peracchi
segretario generale Spi Cgil Bergamo

16 novembre 2009 (intervento pubblicato sulla stampa cittadina)